VIRGILIO

Egloga 4

Il successo dell'egloga IV è dovuta al fatto che il testo si presta a una duplice interpretazione profetica:

-                     da una parte  Virgilio sembra presagire la pax augustea, la cui ideologia comprende il ritorno all'età dell'oro;

-                     dall'altra l'opera si presterà, a partire dal IV, V secolo dopo Cristo, ad una interpretazione in senso cristiano.

Le tamerici.

Il componimento inizia con l'invocazione alle Muse siciliane e con un riferimento alle umili tamerici.

È momento di elevare il tono, di passare dalle umili tamerici ad un tono più alto, a selve degne di un console, in quanto l’ecloga è dedicata al console Asinio Pollione.

L'incipit verrà ripreso da Pascoli con un procedimento inverso: Pascoli dichiarerà di preferire le umili tamerici (da cui la raccolta Myricae) rispetto agli alberi ad alto fusto che nello specifico rappresentano la poesia altisonante e magniloquente come un certa produzione dannunziana.

Fine del mondo, inizio di un nuovo ciclo, di un nuovo “calendario” e Libri Sibillini.

A questo punto troviamo il riferimento al termine di un ciclo dei secoli e all’oracolo cumano.

Le Sibille erano sacerdotesse che pronunciavano oracoli, invasate dal dio Apollo.

Vi erano Sibille nelle diverse parti dell'impero: Libia, Persia, Eritrea, Frigia. Quella che ci interessa è la Sibilla di Cuma.

Secondo la leggenda la Sibilla di Cuma propose l'acquisto dei libri profetici in suo possesso al re Tarquinio.

Data l'elevata cifra richiesta, il re rifiuta. La Sibilla brucia un libro e ripropone l'acquisto allo stesso prezzo. Il re rifiuta di nuovo, la Sibilla brucia un altro testo, a questo punto il re Tarquinio incuriosito si decide ad acquistare i Libri Sibillini, che da allora vennero consultati nei momenti di crisi politica e tenuti in grande considerazione e venerazione.

Ritorno dell’età dell’oro.

Secondo Esiodo, un autore greco, autore de Le opere e i giorni, l'umanità degrada dall'età dell'oro, età in cui uomini, natura e dei convivevano in armonia sotto il regno di Saturno (in seguito spodestato da Giove), fino all’età del ferro. Saturno mangiava tutti i figli sapendo che uno di essi l'avrebbe spodestato ma Giove/Zeus viene nascosto dalla madre sul monte Ida e quindi il passaggio si compirà.

La nuova età dell'oro inizierà secondo Virgilio sotto il consolato di Pollione.

Dal momento che Pollione fu console nel 40 a.C. è in quest'anno che si deve collocare la composizione della poesia.

Il puer.

1. Si immagina che il puer sia appena nato, il padre gli è accanto: la terra non avrà bisogno dell'agricoltore, gli armenti non avranno bisogno del pastore, scompariranno il serpente e le erbe velenose.

2. Il puer è già cresciuto ed inizia a leggere le imprese del padre: dai roseti penderanno grappoli d'uva e le querce produrranno il miele, rimarranno solo tracce dei commerci e delle guerre, si insiste sul fatto che non ci sarà necessità di coltivare la terra.

3. Il puer è diventato uomo: si ribadisce che non sarà necessario il commercio, la terra produrrà tutto senza bisogno del lavoro umano, addirittura non ci sarà bisogno di tingere la lana perché l'ariete cambierà il colore della lana spontaneamente

4. il puer ormai uomo raggiunge i magni honores: ora tutto intorno è lieto e il poeta spera di riuscire a vivere abbastanza di avere uno spirito sufficiente per celebrare le sue imprese con paragoni ad Orfeo, Lino eccetera.

5. Il fanciullo appena nato viene invitato a sorridere alla mamma perché lo scambio del sorriso tra infante mamma era un segno di buon auspicio: a chi non sorride ai genitori un dio non concede la mensa, né una dea l'amoroso giaciglio.

Il locus amoenus.

Il locus amoenus viene immaginato secondo quelle che erano le principali attività e quindi difficoltà dell’epoca: l'agricoltura e la pastorizia per un approvvigionamento del cibo visto come frutto di fatica; la navigazione, il commercio e la guerra come fenomeni che allontanano gli uomini dalla propria terra, espongono a pericoli, alla morte. Come abbiamo avuto modo di constatare più volte, il commercio aveva per i Romani una connotazione negativa non solo in quanto attività rischiosa e che allontanava dalla propria patria, ma anche perché legato all’avaritia e alla luxuria. Per quanto riguarda la guerra, quando Virgilio scrive Roma è reduce da cruenti scontri fratricidi, si sta stipulando a Brindisi una tregua tra Antonio e Ottaviano ed è forse questo incontro che fa ben sperare il poeta nell’avvento imminente di una pax duratura.

Chi è il puer?

1. Un figlio di Asinio Pollione? Sembra improbabile tanto onore per il figlio di un console. 

2. Antonio e Ottaviano, con lo stesso Asinio Pollione come intermediario, si stanno accordando a Brindisi. Da questo accordo scaturisce il matrimonio di Antonio con la sorella di Ottaviano, Ottavia. Ne nasce una bambina, Antonia.

Nello stesso periodo Ottaviano sposa Scribonia. Anche in questo caso nasce una femmina, Giulia.

Può darsi che Virgilio pensasse genericamente alla prole di uno dei due, non immaginando il sesso delle nasciture.

3. Lo stesso Ottaviano (non ancora) Augusto?  Ottaviano nel 40 avanti Cristo aveva già 23 anni, non si stava ancora profilando lo scontro finale con Antonio, né appariva una figura così di spicco da fare immaginare quello che sarebbe diventato poi, quindi dovremmo riconoscere a Virgilio delle doti veramente profetiche.

Ad avvalorare questa ipotesi ci sarebbe l'interpretazione di Macrobio (V sec.), il quale ricorda come in Etruria l'esistenza di un ariete con un colore insolito fosse prodigio legato appunto all’emergere di un imperator.

Ma teniamo conto delle parole che Anchise pronuncia in presenza del figlio Enea nel quarto libro dell'Eneide, nel momento in cui, nell’Ade, sfilano le anime degli uomini che renderanno grande Roma, tra le anime lo stesso Augusto: “ecco tutta la stirpe di Julio … qui c'è l'eroe che più volte ti senti promesso, che di nuovo nel Lazio riporterà l'età dell'oro”. Anche questo elemento è stato considerato a favore dell'interpretazione del puer = Augusto.

Occorre far presente che probabilmente in entrambi i casi ci troviamo di fronte a stereotipi della lode e a rappresentazioni tipiche del leader politico dell’epoca antica, così come l’immagine delle first ladies di oggi, pensiamo alla moglie di Obama o a Kate d’Inghilterra, pretende il mantenimento un profilo basso, abbigliamento semplice ed un atteggiamento affabile ed informale.

“Orientalisti” ed “Occidentalisti”

Le identificazioni finora riportate sono quelle proposte da quelli che Bettini definisce “occidentalisti”, i quali puntano su figure storiche: dal momento che nel testo si fa riferimento ad un pater, a magni honores ecc., se ne deduce che questo puer debba essere un Romano.

Ci sono poi le posizione dei cosiddetti “orientalisti”, per cui Virgilio si sarebbe ispirato a tradizioni profetiche orientali, e qui le fonti di ispirazione possono essere varie: culto di Elio in d'Egitto (Norden), misteri orfici, ebraismo. Si ha notizia che lo stesso Erode venne a Roma nel 40 a. C. in visita a Pollione. Bettini (nel video) trova  improbabile che Erode abbia avuto il tempo di istruire Virgilio sulla cultura ebraica nel breve soggiorno a casa di Pollione.

È indubitabile che comunque suggestioni orientali fossero ampiamente diffuse a Roma soprattutto in ambito colto e quindi non si può escludere che Virgilio risentisse di teorie legate al senso diffuso di rinnovamento, di palingenesi legata ad un puer. Morte e reincarnazione (culti Orfici, culto di Iside e Osiride), la stessa visione escatologica, caricata di una dimensione compensatoria e consolatoria, sono ulteriori istanze che il Cristianesimo successivamente rielabora facendole emergere dal chiuso di sette e misteri per renderle accessibili ad una comunità più vasta.

Il puer divinus.

Spesso nella tradizione antica viene accostato un puer divinus ad un momento di passaggio, alla frattura tra due epoche, alla fondazione di una città, come impulso di una nuova cultura. Spesso queste figure di bambini sono legate agli animali; non compresi, respinti inizialmente dagli uomini hanno invece il riconoscimento della natura: Remo e Romolo e la Lupa, Gesù e il bue e l'asinello.

L'interpretazione cristiana.

La cristianizzazione avviene già nelle traduzioni greche di Lattanzio, all'età di Costantino, il primo imperatore cristiano. La Vergine non è più la giustizia, il serpente (pensiamo all’iconografia mariana della testa del serpente schiacciata dal piede) e la culla si caricano di simbologie religiose. Come si spiegano tante coincidenze?

Il Cristianesimo non inventa, raccoglie e investe di sensi nuovi, in un apparato iconografico strutturato, istanze, suggestioni, tendenze culturali, speranze.

E così lo stesso Dante nel Purgatorio fa pronunciare al poeta epico Stazio un elogio di Virgilio, secondo il quale, profeta inconsapevole, il poeta latino avrebbe illuminato la strada ai suoi successori.

da EURIDICE di Alida Airaghi (Verona, 1953)

IX

Ecco, ti sento, ci sei e sei vicina.

Ma non ti guardo, taccio, sono bravo.

Ai tuoi occhi sarò padrone e schiavo,

Euridice, mia madre e bambina.


Come vorrei mi prendessi la mano,

toccarti un braccio, sfiorarti la bocca:

so che non devo, so cosa mi tocca

se non resisto a starti lontano.


Sei silenziosa e ferma al mio fianco,

oppure ti nascondi, resti indietro;

segui ubbidiente il mio passo stanco


e nel tuo passo leggero ti ascolto.

Tu, trasparente pensiero di vetro:

voglio appannarti. Ecco, mi volto.


Orfeo ed Euridice

Cesare Pavese (1908-1950)

Dialoghi con Leucò

 

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono

sempre il mondo sotterraneo e promisero a più

d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo,

cantore, viandante nell’Ade e vittima

lacerata come lo stesso Dioniso, valse di più.

ORF. = Orfeo; BAC. = Bacca(nte)

 

 

ORF. È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti.  S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi «Sia finita» e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

BAC. Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

ORF. Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

BAC. Qui si dice che fu per amore.

ORF. Non si ama chi è morto.

BAC. Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

ORF. Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

BAC. Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

ORF. Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

BAC. E così tu cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

ORF. Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi.

La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

BAC. Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto, al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

ORF. Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

BAC. Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

ORF. O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

BAC. Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

ORF. Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti … Non vale la pena.

BAC. Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani … Tu hai veduto la festa.

ORF. Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

BAC. Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

ORF. Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade …

BAC. Sei disceso a cercarci.

ORF. Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

BAC. Un tempo cantavi Euridice sui monti …

ORF. Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

BAC. Anche tu li invocavi.

ORF. Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so, e non è nulla.

BAC. Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

ORF. E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

BAC. E che vuol dire che un destino non tradisce?

ORF. Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

BAC. Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

ORF. Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

BAC. Dici cose cattive … Dunque hai perso la luce anche tu?

ORF. Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

BAC. Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

ORF. Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

BAC. Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il

dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

ORF. Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

BAC. Purché prima le donne di Tracia …

ORF. Di’.

BAC. Purché non sbranino il dio.


Orfeo e Euridice

Gli dei mentivano.

Non potevi tornare,
è certo.

Noi lo sapevamo.

Ma quante volte
tornai a quella carezza e

il tuo ultimo
sguardo.

Null'altro
potevo avere.

Volli assaporarlo
fino in fondo.

Non capirono.

Istante di eternità

che ancora una volta
ci rese complici,

oltre la morte.
Dino Borcas il 19/03/2010 22:00
Rispetto alla versione classica, nella quale Orfeo si gira perché non sente più i passi di lei;
fra le numerose rivisitazioni del mito, mi piace citare quella di Gesualdo Bufalino: Orfeo la sacrifica volutamente, quale prezzo da pagare per diventare un mito, Euridice lo comprende, ma non può impedirlo (ed in questo qualcuno vedrebbe una rappresentazione della condizione della donna).
O quella di Pavese: Orfeo si gira, perché non può vivere accanto a chi continuamente gli ricorderebbe la condizione umana legata alla morte.
Nella mia versione, gli dei non avrebbero permesso a lei di tornare, entrambi lo sanno ed allora non resta che quell'ultimo sguardo, è una intima complicità fra loro due, tutti gli altri non la comprenderanno.

Spunti per una (ri)lettura del mito di Orfeo: poesia, amore, arte.

- Orfeo incarna la potenza eternatrice dell'arte: la poesia supera la morte donando l'immortalità

- la figura di Orfeo è legata all'immortalità dell'anima, a concetti di resurrezione e reincarnazione (misteri orfici)

Wikipedia: L'Orfismo è caratterizzato da una contrapposizione tra un elemento divino (dionisiaco) e una realtà corporea, materiale, opposta sul piano della natura (titanico).Nelle dottrine orfiche, per quanto si riesce a ricostruire, lo spirito (daimon), che risiedeva nei cieli, ha compiuto un peccato ed è decaduto dal regno dei cieli sulla terra, incarnandosi in un corpo che utilizza per espiare la propria colpa. Con la morte, l'anima trasmigra e si ricompone  in un altro corpo, che può anche non essere quello di una persona (questo dipendeva anche dal comportamento che il daimon ha tenuto nella vita precedente); se invece ha espiato la colpa, l'anima ritorna nel regno dei cieli.Tale liberazione poteva essere conseguita, secondo gli orfici, seguendo una "vita pura", la "vita orfica" dettata da una serie di regole non derogabili, tra cui l'astinenza dalle uccisioni.

Per Virgilio:

- Orfeo infrange il divieto divino, vinto dal furor amoroso/ Aristeo rappresenta il pius agricola e il labor

- Orfeo rappresenta la poesia soggettiva, amorosa/alla poesia civile e impegnata è riservata la vera immortalità?

Per Pavese Orfeo rinuncia deliberatamente perché:

- non ha senso recuperare Euridice per perderla di nuovo (Valeva la pena di rivivere ancora?)

- Euridice non sarebbe più la stessa, porterebbe con sé quel senso di morte e non farebbe che ricordarlo al poeta (Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue; già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte), Orfeo torna alla luce della vita da solo.

- Orfeo negli Inferi ha compreso la verità, che il proprio destino è il Nulla: come si può tornare a godere della felicità, sapendo che è solo illusoria? (Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore... L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho capito che i morti non sono più nulla)

- Anche il momento estatico concesso dall'amore o dal rito, con cui l'uomo si illude di superare, ingannare la morte, credendo di rompere il destino con l’ebbrezza, è inutile per l'uomo che ha conosciuto se stesso e il proprio destino: l'eterno Nulla. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade.

Ma non avrò più la forza di portarla là fuori, 
perché lei adesso è morta e là fuori ci sono la luce e i colori: 
dopo aver vinto il cielo e battuto l'inferno, 
basterà che mi volti e la lascio nella notte, la lascio all'inverno... 
e mi volterò le carezze di ieri mi volterò non saranno mai più quelle mi volterò 
e nel mondo, su, là fuori mi volterò s'intravedono le stelle ... (Vecchioni)